Quando un medico racconta la sua malattia

Federico Mereta, Maurizio Bassi


Un immulogo l’ha definito il “Real Madrid dei tumori”. Perché il glioblastoma è una forma neoplastica che può davvero rappresentare il “top” del cancro, sia per la sua complessità biologica sia per le oggettive difficoltà di cura. Capitan Zantax, alias Giorgio Gambale, ha scelto di affrontarlo con il racconto e con la condivisione delle proprie sensazioni di medico e paziente.

È nato così un volume che raccoglie competenza e umanità. La competenza viene dalla grande esperienza tecnica, scientifica ed organizzativa che Gambale ha saputo crearsi prima come medico in Iraq e a bordo della nave scuola Amerigo Vespucci, poi come “anima” strategica della creazione del servizio 118 all’Ospedale Maggiore di Bologna. L’umanità è invece intrinseca alla persona. Avere la voglia di raccontare come è arrivato ad un processo di autodiagsi – evento davvero raro per il medico visto che rmalmente i camici bianchi tendo a rifuggire dall’ipotesi di passare nello scomodo ruolo di paziente – e come si può affrontare una patologia così dura e complessa rappresenta una sfida di grande significato personale ed etico.

Nel suo volume Gambale ripercorre i brevissimi tempi della decisione di agire – in tre soli giorni è passato dal ricoscimento della lesione all’intervento chirurgico – ma soprattutto racconta sensazioni, difficoltà, prospettive di una vita che di colpo cambia. Un’esistenza organizzata, ritmata dai tempi del lavoro e della famiglia, che di colpo diventa “altra”. Diventa una sfida programmare, diventa un sogno poter avere di nuovo i rapporti interpersonali che si so sempre avuti, diventa difficile continuare a lavorare nel Trauma Center della Romagna, l’ospedale Bufalini. Il messaggio di Capitan Zantax, in ogni caso è chiaro. Bisogna guardare avanti, alla faccia del “Real Madrid” e la narrazione appare come un meccanismo di catarsi che permette di guardarsi dentro, in profondità, dall’ester. Raccontare scrivendo le proprie sensazioni significa, riprendendo il titolo di un famoso libro di Tizia Terzani, affrontare “un altro giro di giostra”.

Ma vuol dire anche avere la forza di trasmettere agli altri sensazioni, paure, insicurezza, speranze, desiderio di vincere anche quando ci si trova ad affrontaredi colpo una finale di Coppa dei Campioni (altro che Champion’s League moderna!). L’impeg di Gambale, in ogni caso, rappresenta soprattutto un importante strumento di medicina narrativa. Perché scrivere, leggere e soprattutto farsi coscere attraverso le parole consentendo ad altri di vivere indirettamente il “peso del tumore”, assume anche un valore terapeutico. Giova in questo senso ricordare le parole di Domenica Taruscio, direttore Centro Nazionale delle Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità che segnala come “l’impiego della narrazione e della coscenza basata sulle storie di malattia nella pratica clinica è u strumento che n può che migliorare la qualità dei percorsi di assistenza e cura….” A Capitan Zantax, quindi, dobbiamo tutti un ringraziamento.

Ha saputo narrare la dimensione soggettiva della malattia, l’illness nella termilogia propria della Narrative Based Medicine, puntando l’attenzione sulla percezione della malattia, sugli atteggiamenti nei confronti della malattia, ma anche sulla qualità della vita. Ma n ha dimenticato di prestare attenzione anche alla dimensione sociale della malattia, soffermandosi n solo sui familiari e sugli amici, ma anche sui colleghi. Il libro rappresenta una testimonianza da n perdere: un medico che riesce a raccontarsi come paziente aggiunge al bagaglio di chi opera in sanità un tale quantitativo di informazioni e di sensazioni che posso soltanto aiutare a far crescere modelli e sensibilità personali.

Pensiamo, in questo numero di “Tendenze nuove”, di pubblicare alcuni passaggi di questa esperienza pubblicata presso “ENGAGE” che ringraziamo. In particolare vorremmo condividere alcuni stralci relativi ad importanti esperienze di tipo gestionale nel campo dell’anestesiologia, rianimazione e traumatologia con particolare riguardo alla formazione dei giovani medici e dei modelli di team building.

Infine, l’intero capitolo n° 6 che conclude la sua importante e toccante testimonianza. Per questa coraggiosa iniziativa e disponibilità ringraziamo il dott. Giorgio Gambale a cui facciamo i migliori auguri e ringraziamo anche la sua meravigliosa famiglia affettiva che lo sostiene in questa complessa avventura, così come la sua famiglia professionale il cui rapporto scientifico e culturale non si è mai interrotto anche nei momenti più difficili.


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