don Luca Peyron
Pastorale della Cultura tecno-scientifica – Arcidiocesi di Torino
Università Cattolica del Sacro Cuore
Tendenze Nuove Numero 2 – 2025; 1-3: DOI: 10.32032/TendenzeNuove010225.pdf

L’intelligenza artificiale, specie nella sua versione generativa, rilancia oggi con urgenza una questione antica in forme nuove: la responsabilità, che non è un accessorio esterno alla tecnica ma una dimensione interna al suo stesso funzionamento, come suggerisce l’etimologia che rimanda al rispondere; se le macchine “parlano” e “rispondono”, l’umano è chiamato a una rinnovata capacità di risposta capace di generare futuro senza impostare una sterile dialettica di vincitori e vinti, bensì un dialogo fecondo tra esseri umani e tecnologie.
In questo scenario non esiste un unico colpevole o garante: la responsabilità si intreccia a più livelli e scorre dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso; sul piano individuale ogni utilizzo consuma energia e risorse, anche quando non ne percepiamo il costo, e questo basterebbe a fondare un primo dovere; sul piano delle scelte di consumo, decidere quali sistemi adottare significa orientare modelli economici e culturali, sapendo che ciò che è più diffuso non coincide sempre con ciò che è più performante o più sostenibile; sul piano relazionale emerge la trasparenza circa l’origine dei testi e delle immagini che impieghiamo, perché portiamo prodotti delle macchine nel mondo delle persone e influenziamo fiducia e riconoscimento; sul piano dei ruoli cambia tutto se l’IA entra in ambiti educativi, pastorali o professionali: un docente, un dirigente, un genitore, un medico o un sacerdote non agiscono mai soltanto per sé; sul piano politico e sociale, infine, le scelte di governi, organismi sovranazionali e associazioni ricadono sull’intero tessuto comunitario e amplificano l’“effetto farfalla” per cui anche le decisioni di un singolo riverberano globalmente. Prendersi responsabilità costa fatica perché, come ogni vivente, tendiamo a risparmiare energie e preferiremmo delegare o non sapere; ma i valori hanno valore proprio perché comportano un prezzo, e l’IA non è un sapere riservato ai tecnici: è una cultura a cui tutti possono accedere, anche chi non programma, se decide di comprendere e deliberare.
Un errore ricorrente è trattare il progresso tecnologico come ineluttabile: la tecnologia non cade dal cielo, nasce da scelte, spesso guidate dal profitto, e per lo stesso problema sono possibili molte soluzioni; viaggiare in aereo, treno, auto, bici o a piedi implica costi, tempi, impatti e sensibilità differenti, e così per la tecnica possiamo e dobbiamo scegliere gli strumenti che vogliamo, esercitando la libertà di non subire l’innovazione come destino ineluttabile, ma di orientarla al bene comune. Qui torna utile l’analogia con il diritto societario: le società di capitali hanno favorito lo sviluppo limitando la responsabilità personale, ma hanno anche generato situazioni in cui i danni non sono pienamente riparati; qualcosa di analogo potrebbe accadere con l’IA se restringessimo la responsabilità alla mera copertura del danno e all’elenco dei rischi (privacy, inclusione, discriminazioni), necessari sì ma non sufficienti; l’etica che chiede soltanto “che male c’è?” vede la realtà in termini di pericolo, mentre la vera domanda che ritengo decisiva ed interessante è piuttosto “quale bene vogliamo?”; la responsabilità allora diventa ethos: progettare macchine dentro un disegno culturale orientato a vita, democrazia, pace, libertà, fioritura dell’umano. Prendersi cura dell’IA equivale a prendersi cura di sé, perché essa attraversa trasporti, economia, comunicazioni, salute, vita: come in aereo si indossa prima la maschera d’ossigeno per poter aiutare il bambino, così dobbiamo capire e governare il nostro rapporto con la tecnologia per poterci prendere cura degli altri; il rischio concreto è smettere di pensare delegando tutto alla macchina, perdendo una delle forme più alte della dignità umana; la dipendenza culturale compromette la libertà come accadeva a chi, analfabeta, dipendeva da altri per leggere e scrivere, e lo vediamo in piccolo quando l’uso continuo del navigatore ci disabitua a orientarci persino su strade note, favorendo un nuovo analfabetismo. Educare alla responsabilità tuttavia non passa dalla paura, ma dalla bellezza: come per l’ecologia la meraviglia del cielo stellato motiva più della minaccia, così la responsabilità deve apparire desiderabile; dire “ci penso io” è fatica e insieme pienezza, perché, come suggerisce l’ebraico habod, “gloria” e “peso” stanno insieme: essere genitori, insegnanti, medici, sacerdoti costa, ma la bellezza che nasce dall’assumere il peso della vita ripaga; l’ostacolo è la difficoltà ad accettare la propria stagione: la giovinezza elevata a feticcio è spesso un costrutto mercantile del dopoguerra, mentre la vera alternativa è tra infanzia e adultità; o si resta incapaci di parola o si diventa capaci di trasmettere sapienza; abbracciare l’adultità con limiti e memoria consente di consegnare futuro, trasformando anche errori e fallimenti in strumenti di apprendimento; la felicità non è nostalgia, è apertura a ciò che ancora viene. In questa linea, la tradizione cristiana offre tre accenti: l’Incarnazione riafferma il valore della corporeità che nessuna macchina rimpiazza, la Risurrezione relativizza l’ansia di immortalità tecnologica perché la morte non è l’ultima parola, la fraternità mostra che le macchine possono servire relazioni buone se ordinate alla comunione; l’IA ci riporta, in fondo, alla domanda decisiva su chi sia l’essere umano. Perché questo cammino sia promettente occorre un’alleanza tra generazioni: gli adulti offrano sapienza, i giovani portino freschezza e slancio; incontrarsi nelle piazze del dialogo più che restare sui pulpiti, pronti non solo a parlare ma ad ascoltare, è la via. Un futuro dell’intelligenza artificiale può essere davvero umano, se è voluto e costruito come tale, dentro una responsabilità che risponde al “quale bene vogliamo?” più che al “quale male temiamo?”


